Solitudine

Quando ero all’università feci una esperienza in asilo nido per osservare i bambini. A quei tempi pensavo che la socializzazione fosse importante fin dalle prime fasi dell’infanzia, per permettere al bambino di sviluppare meglio l’empatia ed uscire dal suo egocentrismo, per educare al senso di solidarietà e all’altruismo. A quei tempi la Prof. Corsano di psicologia dello sviluppo scrisse “bambini che amano stare da soli” e fu un grande insegnamento. La funzione riflessiva, la capacità di mentalizzare, sono fondamenti della personalità adulta e possono svilupparsi solamente in quel tempo che il bambino passa a giocare da solo. I presupposti per un livello sano di organizzazione mentale si costruiscono all’interno di relazioni sicure con adulti significativi ma ancor più nella solitudine umana, porta d’accesso per le riflessioni che definiscono il carattere durante lo sviluppo. Credo sia per questo motivo che due fratelli possono sviluppare morali opposte o che dalla merda può nascere un fiore. Vivere momenti di solitudine diventa utile anche nell’età adulta, dove gli spazi personali tendono a ridursi privandoci così della possibilità di cogliere meglio i nostri stati affettivi, centrali nei processi decisionali, soprattutto nei momenti di crisi e cambiamento. Conoscerci anche nella parte più profonda e oscura, quella che Jung chiamava “ombra”, ci permette di capire che il “male” è presente anche in noi, ascoltare il nostro malessere ci rende meno giudicanti nei confronti delle altre persone. Proprio in questo senso Jung evidenziava il fatto che “pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi”.

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